CLUB4000.IT Forum :: I miei primi 40anni/4000 … un bilancio
 Indice del forum
Forum del CLUB4000 - Gruppo del Club Alpino Italiano Sez. di Torino
 FAQFAQ   CercaCerca   Lista degli utentiLista degli utenti   Gruppi utentiGruppi utenti    Calendario   RegistratiRegistrati
 ProfiloProfilo   Messaggi PrivatiMessaggi Privati   LoginLogin
I miei primi 40anni/4000 … un bilancio

 
Questo forum è chiuso. Non puoi inserire, rispondere o modificare i Topics   Topic chiuso    Indice del forum -> Opinioni e dibattiti
Precedente :: Successivo  
Autore Messaggio
Raffaele Morandini




Registrato: 03/09/09 13:25
Messaggi: 40

MessaggioInviato: Lun Nov 09, 2009 3:43 pm    Oggetto: I miei primi 40anni/4000 … un bilancio Rispondi citando

Per la verità i 4000 da me saliti sono, attualmente, 44. In ogni caso, nei primi giorni d'autunno ho compiuto 40 anni e più o meno in corrispondenza ho anche salito il mio 40° 4000. Credo che quando si entra negli “anta”, che se non altro simbolicamente rappresentano un passaggio importante, viene quasi spontaneo fare un bilancio della vita e, nel mio caso, è venuto altrettanto spontaneo farlo anche dei miei 4000, visto che ho appena passato il giro di boa.

Ripercorrendo a ritroso il cammino che mi ha portato sulle vette dei 4000 mi sono tornati in mente moltissimi bei ricordi. Tante emozioni positive, ma anche qualche piccola delusione. Credo che alcune mie sensazioni possano essere condivise da qualche consocio del Club, che magari le ha vissute emotivamente in modo simile, e dunque, potrebbe essere un'occasione per qualche riflessione.

Qui a seguito scrivo di getto, senza un filo logico, qualche ricordo … come fossero piccoli appunti.

Le piccole delusioni … meglio cavarsi subito il dente che duole
Il cielo di Heathrow sopra al Bianco
La prima delusione mi è giunta proprio dalla vetta più alta, il Monte Bianco, che da entusiasta quale sono sempre, ho voluto salire subito nel primo anno in cui mi sono dedicato ai 4000. Mi spiego meglio, non è la montagna ad avermi deluso, anzi, non c'è neanche da dirlo che sono rimasto folgorato dalla sua imponente bellezza, ma a deludermi è stato l'aver scoperto che proprio sul Monte Bianco transita un traffico aereo degno dell'aeroporto londinese di Heathrow. Incredibile la mia delusione, perché, seppur predisposto ad incontrare traffico a terra (code di alpinisti) non immaginavo di vederlo pure nel cielo, a rovinare le belle notti stellate.

Radio Combin
La seconda delusione è stata una vera “mazzata” per me che avevo tanto idealizzato il Grand Combin, come una montagna isolata e veramente selvaggia. La immaginavo pura! Come un pezzo di Himalaya nelle Alpi. Proprio per vivere il mio sogno integralmente, avevo deciso di salirla dall'Italia, partendo dal piccolo Rifugio Chiarella (Amianthé) e fare l'ascensione lungo la cresta Sud-Est. Chi conosce questa via, sa che è stupenda, perché permette di sbucare letteralmente in vetta … nulla di più poetico. Ebbene, dopo una salita “mitica” con tanto di temporale, “sbuco in vetta e cosa ti trovo? Un bel ripetitore!”. Caspita! Quasi un simbolo, un “monumento” alla tecnica, a schiacciare inesorabilmente tutto il mio romanticismo. Comunque, ripetitore a parte, il Combin resta una gran bella montagna, effettivamente selvaggia.

Vuoti a “non” rendere … purtroppo!
Whymper a suo tempo scoprì come a far evaporare il vino dalle bottiglie fossero gli uomini e non l'alta quota. Dopo la mia ascensione al Finsteraarhorn, posso altresì osservare che gli uomini, oltre a far evaporare il vino, lasciano pure le bottiglie vuote in loco. Dunque ancora una volta non è la montagna ad avermi deluso, bensì lo sono stati gli uomini che ne calcano le cime. Ho salito il Finsteraarhorn in estate, desideroso di immergermi ancora una volta in quel magico mondo glaciale che è l'Oberland, che nella mia mente “era” un'altra area selvaggia e pura. Dopo bellissime traversate glaciali, sono giunto in vetta al Finsteraarhorn con grande gioia. Gioia che però è stata subito scalfita dall'indecorosa visione di un vero e proprio cumulo di bottiglie di vetro vuote, abbandonate proprio ai piedi della Croce di vetta. Ora io mi chiedo: “le hanno portate su pesanti, piene del loro contenuto alcolico, era così faticoso portarle a valle vuote e belle leggere?”. Non faccio la morale circa i danni all'ambiente o all'inciviltà, perché è fin troppo ovvia, ma credo che basterebbe fare una riflessione più spiccia, di carattere estetico... è proprio brutto da vedersi quel cumulo di bottiglie! Comunque, onestamente, questa piccola delusione non ha cambiato la mia opinione sull'Oberland, che rimane la mia area glaciale di elezione.

Le lotte epiche: vento, temporali e … grosse vesciche
Non solo i grandi dell'alpinismo, di cui conosciamo le gesta, hanno vissuto battaglie epiche lottando contro gli elementi della natura, ma credo che ognuno di noi, durante la sua collezione di 4000, abbia vissuto la propria “lotta con l'alpe” e magari, come è accaduto a me, anche con i propri piedi.

In lotta con il vento sul Cervino
Il vento è un elemento più o meno costante in alta quota e ha indubbiamente il suo fascino, ma quando è molto forte esso diventa il tormento dell'alpinista. Ho capito cosa significa “lottare” con il vento proprio sul Cervino, lungo la Cresta del Leone. Erano i primi giorni d'autunno del 2004, quando io e Fabrizio salimmo in giornata fino alla punta del Matterhorn, percorrendo la Cresta del Leone. Partiti alle 10 dal Rifugio Duca degli Abruzzi, durante la salita alla Capanna Carrel avevo già intuito che sarebbe stata un'ascensione “tosta”, perché i pochi alpinisti incontrati, che stavano tutti scendendo, ci riferivano di non essere riusciti ad andare in punta proprio a causa del fortissimo vento … che a me sembrava già forte nel punto in cui mi trovavo. Poco prima della Capanna Carrel una forte raffica di vento ci diede il benvenuto, nonché il presagio di quella che sarebbe stata l'ascensione alla vetta. A quell'epoca, per mia inesperienza, salivo sempre “pesante” con grossi zaini carichi di mille cose, spesso inutili; dunque a fatica lasciai giusto un po' di viveri e dell'acqua alla Capanna e proseguii verso la cima, con lo zaino bello zavorrato … e forse una volta tanto fu un bene. Passata la famosa “corda della sveglia” (che era al riparo dal vento) uscimmo in cresta e li …. fummo investiti dalla potenza del vento. Indescrivibile! Personalmente non avevo mai provato nulla di simile, in alcuni momenti dovevamo rimanere aggrappati alla roccia ad aspettare che finivano le raffiche più violente, che ci buttavano letteralmente a terra … o meglio, come si sa riguardo al Cervino, nel vuoto. Più salivamo e più il vento diventava potente … ho ancora nelle orecchie il suo rumore impressionante, che in quel mentre mi rendeva “ubriaco”. Al Pic Tyndall fu l'apice, per raggiungere la punta in giornata procedevamo in conserva e su una sorta di terrazzino ci ritrovammo tutti e due sbattuti a terra. Sempre in questo punto, oltre al vento, per darci ulteriore tormento trovammo del verglas. Provati dalla fatica, ma soprattutto dal vento, alle 16.30 arrivammo in vetta. La cima svizzera, paradossalmente, era meno bersagliata dal vento. Ovviamente non vi era anima viva. La gioia fu immensa, d'altronde, come disse Albert Camus “la lotta che conduce verso le cime basta a riempire il cuore dell'uomo”. La discesa fu una lotta forse ancor peggiore della salita, perché il vento divenne ancora più forte e rumoroso, costringendoci a movimenti da equilibristi per stare in piedi. Sotto un cielo infuocato da un memorabile tramonto, alle 19.30 raggiungiamo nuovamente la Capanna Carrel.. Ho un ricordo bellissimo di quegli istanti, trascorsi in quel piccolo nido d'aquila, che ci ha protetti dal vento per tutta la notte. Ricordo che quella sera, la minestra mi parve il cibo più buono del mondo e il letto, il più confortevole mai provato prima … cosa fa la fatica. Ne colsi il senso filosofico e ne feci tesoro, da allora reputo necessario mettersi ogni tanto in condizioni disagevoli per poter tornare ad apprezzare quella che, sottovalutandola, chiamiamo normalità. Durante tutta la notte il vento pareva voler scoperchiare il tetto di lamiera della Capanna e il giorno seguente il vento non cessò affatto, anzi, il mattino seguente, mentre preparavamo le corde all'esterno della Carrel, ci ritrovammo nuovamente sbattuti a terra da una folata. Scesi a Cervinia, a 2000 metri, trovammo tutti i cassonetti della spazzatura divelti proprio dal forte vento, il che la dice lunga sulla forza del vento di quei giorni … vi lascio immaginare come poteva essere “cattivo” a 4478 metri. Comunque, tornai a casa arricchito di una bella esperienza, non tanto per il Cervino, quanto per il vento. Ero entrato in contatto con un elemento che fino ad allora avevo sottovalutato e che ero destinato ha ritrovare varie volte, per fortuna mai così forte, lungo la mia piccola collezione di 4000.

Nella tormenta sul Dom
A volte però, bisogna ammettere, le condizioni climatiche avverse possono essere un valore aggiunto ad un'ascensione, perché creano un' atmosfera “estrema” e densa di fascino. Sono scrupoloso nel controllare i vari bollettini meteorologici, tant'è che tutti i miei 44 quattromila li ho saliti tutti al primo tentativo, ma per fortuna (altrimenti ci rimarrebbe ben poco di quell'avventura che in fondo andiamo cercando) qualche volta le previsioni meteo sbagliano clamorosamente. É quello che è accaduto in occasione della mia salita al Dom de Mischabel.. A dire il vero la Meteo svizzera aveva previsto un temporale, ma per la tarda serata del giorno seguente, per il resto bel tempo. In ogni caso sapevo che sul Dom le tormente di neve sono frequenti e a volte improvvise, dunque se non altro psicologicamente ero un po' preparato. Fatto sta che dopo essere partiti in t-shirt (per un insolita nottata calda) dalla piccola DomHutte all'attacco della Festigrad si è levato un vento forte e improvviso e in men che non si dica ha iniziato a nevicare. Tutte le cordate che erano giunte fino a li fecero dietrofront, mentre noi, indossate le giacche a vento proseguimmo sul ripido della Festigrat, a metà della quale ci rendemmo conto che sarebbe stato impossibile ridiscendere da li, in quanto la neve si stava accumulando con una velocità incredibile. La visibilità era veramente minima, il vento diabolico e il freddo mi aveva mezzo assiderato un occhio, il destro, quello esposto al lato da cui proveniva il vento. Nonostante i guanti avevo le mani rigide e dolenti, così come dolente era anche il naso, ovviamente esposto alla tormenta. Ero incredulo, poco prima faceva un caldo decisamente fuori luogo e in un baleno mi ritrovavo in condizioni invernali. Il freddo era così intenso che mi si erano ghiacciate le bottigliette d'acqua che avevo dentro lo zaino e i piedi iniziavano a raffreddarsi. In alcuni momenti ci arpionavamo con le piccozze alla Festigrat, abbassandoci il più possibile per evitare le raffiche più violente che giungevano sempre dalla nostra destra. La vista della croce di vetta, apparsa all'improvviso tra la nebbia, fu una delle emozioni più belle della mia vita. Per fortuna fui previdente, mettendo le pile a contatto con il corpo, altrimenti visto il freddo non avrei avuto la foto di vetta che, mai come in quell'occasione, fu meritata. La discesa per la via Normale non fu una passeggiata, perché seppur al riparo dal vento, si svolse in gran parte in una nebbia fitta e come si sa il Dom “offre” dei notevoli crepacci. Tra l'altro … mi stavo dimenticando … quel giorno salendo verso il Festijoch, al buio, ebbi anche l'esperienza di assistere al crollo di un seracco. Salivamo belli tranquilli sul ghiacciaio quando all'improvviso un boato incredibile ci fece sobbalzare. Seguì un rumore altrettanto forte ma continuo (quello della valanga di ghiaccio che scendeva lungo il ghiacciaio). Essendo al buio non avevamo idea della direzione che stesse prendendo, dunque ci fermammo, “con il sangue congelato”, … pochi istanti di suspance e poi finalmente sentimmo la massa di ghiaccio e detriti correre alla destra. Non immaginavo un boato simile, sarà stato il silenzio che regnava prima e dopo ad enfatizzare il rumore del crollo, sta di fatto che questo fragore me lo ricorderò a lungo.

Come un “fachiro” sulla Dent d'Hérens
La battaglia più dura non l'ho ingaggiata con gli elementi della natura, ne tanto meno con l'Alpe, bensì con i miei scarponi. Avevo trovato il modello ideale per i miei piedi tanto che li usavo per ogni tipo di ascensione. Li usavo talmente che li avevo consumati fino “all'osso”, ovvero alla plastica. Con un atto di ribellione al consumismo e soprattutto, pensando alla difficoltà avuta in passato nel trovare il modello perfetto per i miei piedi, ebbi la brillante idea di portarli a risuolare. Per una serie di ragioni e circostanze incredibili, che non sto ad elencare, la casa produttrice me li perse. Ovviamente me li rimborsò, dandomene un paio nuovi dello stesso tipo che però, essendo il modello nuovo, era leggermente diverso dal precedente. Confidando nel fatto che erano simili ai miei vecchi, i quali esordirono ai miei piedi direttamente sul Monte Bianco, li indossai nuovi per l'ascensione alla Dent d'Hérens. Feci il lunghissimo avvicinamento, fino al Rifugio Aosta, in una giornata caldissima che poi sfociò in una grandinata che ci colse poco prima del Rifugio. Più o meno in concomitanza della grandinata mi accorsi che mi si erano formate delle vesciche sui talloni. Ma in quel momento, essendo in fuga dalla grandine, non ebbi il tempo di stare a medicare i piedi, con la conseguenza che si verificò il peggio. Difatti, quando al Rifugio mi tolsi gli scarponi ebbi l'impietosa visione di enormi vesciche, ben più grosse di quanto immaginavo. Porto sempre con me i famosi e miracolosi cerotti per le vesciche, dunque feci subito la medicazione. Trascorsi una bellissima serata in compagnia, scherzando e ridendo con i due simpatici e giovani rifugisti; così mi dimenticai per un po' dei piedi. Però una volta a letto, appoggiando i talloni, il dolore tornò a farsi sentire … pulsando. La notte fu insolitamente calda (segno evidente del cambiamento climatico a cui stiamo assistendo) e con i piedi in quelle condizioni il caldo non era il massimo. Comunque decisi di partire ugualmente per la vetta e l'indomani mattina Massimo ed io ci incamminammo verso il ghiacciaio. Dopo un brevissimo tratto in discesa, salimmo ripidi e li … strap! E poi … di nuovo strap! Sentii le vesciche rompersi su entrambi i piedi. Penso che non sia difficile immaginare il dolore, che ad ogni singolo passo mi attanagliava. Più era ripido e più mi dolevano. Strinsi i denti e proseguii. Cercavo di distrarre la mente concentrandomi sull'itinerario da trovare al buio, sull'evitare i buchi nel ghiacciaio, ecc. Avevamo deciso di percorrere la cresta Tiefmatten e si rivelò una scelta azzeccata, sia per bellezza che per i miei poveri piedi, in quanto la cresta rocciosa sale pian piano senza grosse pendenze. Con un dolore più sopportabile mi distrassi arrampicando fino a che la cresta rocciosa finì e tra le nebbie mi si presentò d'innanzi un tratto molto ripido di ghiaccio.
Come disse Nietzsche “non già l'altitudine bensì la ripidezza è terribile” … difatti, nulla più della ripidezza fu terribile per le mie vesciche! Sul ripido il dolore era indicibile e più che “assaltare la vetta” come mi ero immaginato di fare, “assaltai” le mie risorse interiori, intimandole a resistere. Una persona normale in quelle condizioni avrebbe rinunciato alla vetta, ma siccome normale non lo sono mai stato (per fortuna), strinsi i denti e dopo aver superato il tratto di misto finale arrivai, camminando come un robot (senza muovere le caviglie) in vetta alla Dent d'Herens. In questa descrizione di sofferenza, non ho però detto che la natura, quel giorno, mi regalò un'alba spettacolare con scorci di luce tra le nuvole decisamente suggestivi … un premio alla caparbietà. La discesa lungo la via normale (che è molto instabile per via della roccia “marcia”), richiese attenzione e mi fece dimenticare per un po' i piedi, che comunque in discesa mi dolevano molto meno. Chi ha salito la Dent d'Hérens sa bene quanta strada mi sono dovuto sobbarcare per tornare fino alla diga di Place Moulin … con i piedi in quelle condizioni. Mentalmente ho tentato tutte le tecniche di training simil-fachiro per resistere e debbo dire che avrei preferito camminare sui carboni ardenti piuttosto che fare tutti quei chilometri con le piaghe sui talloni. Quando, giunto alla diga, mi tolsi gli scarponi, non credetti ai miei occhi … più che vesciche erano “ dei buchi nella carne”! Questa mia furbata mi costò un bel pezzo di stagione, in quanto per circa un mese non riuscii ad indossare neppure le scarpe … ricordo con divertimento delle belle ascensioni in ciabatte ad alcuni rifugi svizzeri.

La beata solitudine delle alte vette
Per fortuna non tutti amano l'autunno
Non sono un misantropo, ma in montagna cerco comunque una certa solitudine, un contatto con la natura che, credo, non possa prescindere da questa condizione “intima”. I componenti della cordata mi sono sufficienti come compagnia, ma mi rendo conto che su certi 4000, che per una ragione o per l'altra sono diventati popolari, è quasi impossibile essere soli e poter quindi godere appieno dell'atmosfera eccelsa tipica delle più alte vette. Dico “quasi”, perché in realtà basta salire su queste richiestissime cime nei periodi “fuori-stagione” … cosa che ho imparato a fare fin da subito. D'altro canto sono sempre stato abituato, sulle mie amate Grigne, ad evitare come la peste i giorni festivi, durante i quali si può assistere a delle vere e proprie processioni alla vetta, mentre nei giorni feriali, magari salendo per i versanti meno noti, le Grigne si concedono veramente nella loro intima essenza e si può godere del vero contatto con la montagna. Così ho semplicemente applicato questa buona regola anche ai 4000, frequentandoli non solo nei giorni feriali, ma soprattutto in autunno, e alla fine, vette notoriamente affollate mi hanno regalato religiosi silenzi e solitudini sublimi. Ricordo ad esempio alcune salite fatte con mia moglie su cime solitamente frequentatissime come lo Stralhhorn o il Bishorn, senza incontrare anima viva, e ancora, uno splendido Gran Paradiso ottobrino incontrando solo stambecchi e camosci, ecc. ecc. Insomma, sono molti i 4000 sulla cui vetta ho avuto la fortuna di trovarmi solo con i miei compagni di cordata.

Il mio puzzle alpino
La curiosità come fonte d'ispirazione
Il mio bilancio è più che positivo, l'alta quota mi ha dato molto, forse più di quanto mi possa rendere veramente conto. Sono sempre salito sulle cime per pura curiosità, per sapere cosa si vede da lassù, da quella precisa prospettiva, e anche, più semplicemente, per puro istinto. Il guardare oltre, verso l'orizzonte, anziché placarmi l'anima dalla grande curiosità, l'ha costantemente alimentata con nuova e ulteriore curiosità, che mi spingerà in futuro a proseguire la formazione di quel “puzzle” alpino che in fondo è la mia collezione di 4000. Ogni nuova vetta è per me una piccola esplorazione, un nuovo pezzo di conoscenza che va arricchendo la geografia interiore. Dopo aver salito una cima, il punto che essa occupava su una mappa assume dei connotati precisi, diviene un luogo vissuto, reale, facendo svanire quell'alone di mistero che, prima di averne calcato le pendici, tanto mi incuriosiva. Certo, i sogni e le idealizzazioni si infrangono proprio nel mentre si raggiunge la vetta, ma per ogni vetta salita e relativo sogno infranto, se ne prospettano all'orizzonte sempre di nuovi. Credo che scalare sia un po' come per la cultura, più leggi e più ti senti ignorante … più scali e più ti rendi conto che le cime sono tante.

Raffaele Morandini

P.S.
Rimanendo in tema d'alta quota, persino nel giorno del mio compleanno sono salito a 4000 metri, anzi, 4200 per la precisione. Ma non su un picco alpino bensì su un piccolo aereo, per fare il mio primo lancio in caduta libera … e qui, “anta o non anta”, mi si sta spalancando un altro universo, tutto da esplorare.
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
Adv







MessaggioInviato: Lun Nov 09, 2009 3:43 pm    Oggetto: Adv



Torna in cima
franz_rotanodari



Età: 34
Registrato: 24/07/06 19:40
Messaggi: 154

MessaggioInviato: Mer Nov 18, 2009 12:18 pm    Oggetto: Rispondi citando

Caro Raffaele,
per prima cosa complimenti per la carriera over4000 e overANTA!!!

Ho con piacere stampato i tuoi racconti e me li son letti in treno.
Ogni giorno pendolo da casa al lavoro e mi hanno allietato il viaggio.

Beh, che dire...
affermi di aver sempre salito 4000 al primo colpo...
beh, dopo Dom e Cervino...ne capisco anche il motivo.
Sul Cervino col vento bisogna proprio avere un bel pelo...sulla normale (in discesa) del Dom è un bel cinema!!!

Per quanto riguarda gli "obbrobri" in montagna non credo che la stazione meteo del GC sia così punibile, se serve a fare previsioni e stime proprio di quel global warming che anche tu ammetti di avere osservato.
Sono altre le cose che rovinano...ad esempio le funivie...o le funivie vetuste.
Perchè il discorso è trito e ritrito...le funivie che ci sono lasciamole. Non facciamo gli ipocriti. Spesso le usiamo anche noi. Ma a volte ci sono di quei catorci...che paghi pure profumatamente.

Per quanto riguarda la solitudine d'accordissimo sui feriali e sulle autunnali (sono le gite che preferisco).
Poi ci vuole un po' di intuito. Quando abbiam fatto noi il Cervino ad esempio tutti a partire col buio...noi con calma alle 7 e siam arrivati su soli bei tranquilli. Idem con gli itinerari (vedi parete S Stralhorn, parete E GranPa o Couloir SW della Baretti...basta sempre la fantasia!!!)

E per quanto riguarda il tuo festeggiamento del 40 esimo...
ecco quello mi impaurisce più di qualunque tormenta in quota Wink

Buone salite
e spero di vederti a Torino

FRANZ
(e grazie ancora di aver condiviso)

_________________
"A 4000 metri si respira un'aria particolare"
Torna in cima
Profilo Messaggio privato HomePage MSN Messenger
Raffaele Morandini




Registrato: 03/09/09 13:25
Messaggi: 40

MessaggioInviato: Lun Nov 23, 2009 7:51 pm    Oggetto: Rispondi citando

L'avvenire ci tormenta il passato ci trattiene … il presente ci sfugge. (Gustave Flaubert)

Caro Franz,

Mi scuso per il ritardo con cui ti rispondo, ma il tempo pare sfuggirmi più del solito in questo periodo. Avrei bisogno di giornate lunghe 48 ore per poter fare tutto quello che ho in mente, e forse non mi basterebbero neppure. In realtà dovrei imparare a rallentare, ma la vita, oggi, è liquida (come ha da tempo sottolineato il sociologo Zygmunt Bauman) e sembra correre come un fiume in piena, per cui non è facile fermarsi, spesso ti trascina anche contro la tua volontà. Per fortuna abbiamo le nostre care montagne, che, con la loro apparente immobilità, ci risintonizzano con i ritmi della natura.

Ti ringrazio per i complimenti che, fatti da un ottimo alpinista, quale sei tu, mi lusingano. Piuttosto, sono io che debbo complimentarmi con te, non solo per le belle vie che hai salito, ma anche e soprattutto per le bellissime foto che fai.

Hai toccato l'argomento funivie, che non avevo menzionato volontariamente in quanto troppo complesso per essere affrontato con cognizione sul Forum; meriterebbe infatti di essere approfondito con una bella discussione. Comunque, sommariamente, ti dirò che più che altro, reputo importante che di funivie non se ne facciano di nuove, soprattutto in quelle rare zone rimaste ancora “incontaminate”.

E' meglio avere qualche grossa Disneyland alpina che molte piccole succursali.

Piuttosto, credo che si debbano preservare delle aree selvagge, come ad esempio, per rimanere in tema al mio post, l'area del Grand Combin (… possiamo tranquillamente perdonare l'antenna di vetta).

Le città alpine più in voga sono ormai partite per la tangente e vanno verso a una omologazione, se non altro nei servizi offerti, che cercano di dare sempre al cliente “di pianura” ciò che desidera … ovvero, pezzi del suo stile di vita trasferiti in montagna. Un po' quello che è accaduto per i resort al mare. Credo che la logica di dare sempre al cliente ciò che desidera, sia una logica perversa, che paga nel breve/medio, ma non regge nel lungo periodo. Questo perché le mode cambiano e forse ora a cambiare è anche il clima … e intanto il bell'ambiente è stato danneggiato. Non so quanto un paesano di montagna, affezionato alla sua terra, sia felice di ritrovarsi a vivere con problemi più o meno simili a quelli di un cittadino di pianura (traffico, rumore, inquinamento e stress). Forse si sarebbe (e si dovrebbe) investire sulla cultura della gente nei confronti della montagna, evidenziando come un approccio un po' più faticoso ad essa, sia anche più remunerativo in termini di emozioni vissute. Ma non è certo questa l'epoca adatta a questo tipo di cultura, e forse non lo era neppure quella degli anni del boom economico, in cui è iniziato tutto questo delirio.

Tranne rare eccezioni, le funivie sono costruite per lo sci e la stagione invernale. Probabilmente sono un buon business e immagino che diano di che vivere a molte persone, però, come ho già detto, alla lunga non lo vedo un investimento intelligente. L'investimento migliore è quello che si basa sul territorio stesso e non su qualcosa di aggiunto, specie se vulnerabile alle mode e ora anche al clima. Se in montagna continueranno ad investire nella tecnica anziché nell'ambiente stesso, si ritroveranno in concorrenza nientemeno che con le città di pianura. Non è fantascienza, se pensi che a Milano ad esempio c'è già una mini pista artificiale in funzione tutto l'inverno e nel Gennaio 2011 si disputeranno i campionati mondiali di sci di fondo sprint (vedi qui: .http://www.montagna.tv/?q=node/11133/print). In Arabia Saudita si scia indoor ormai da tempo; i cannoni spara-neve possono andare ovunque, indipendenti dall'ambiente circostante. Dunque non è fantascienza bensì un presagio abbastanza fondato.

Ad ogni modo vi sono anche delle, rare, funivie positive: Bettmeralp per esempio. Meglio la funivia, che una strada trafficata e le auto in paese no?

Mi fermo qui, perché mi sto facendo prendere la mano e come ti ho detto, è un argomento troppo complesso e il rischio è sempre quello di banalizzare. Aggiungo solo, che tempo fa ho assistito ad una conferenza di Alessandro Gogna (che di questi argomenti se ne intende) e sono rimasto veramente colpito nel vedere, ben documentati, gli effetti collaterali di queste realizzazioni.

La montagna è preziosa per quello che è, e non per quello che vorrebbero che sia.

Avremo comunque modo di approfondire questo e altri argomenti a Torino in occasione dell'Assemblea annuale del Club.

Ora torno ai miei impegni, perché come disse Virgilio “Fugge frattanto, fugge il tempo irrecuperabile

Ciao!
Raffaele
[/b]
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
franz_rotanodari



Età: 34
Registrato: 24/07/06 19:40
Messaggi: 154

MessaggioInviato: Mar Nov 24, 2009 11:15 am    Oggetto: Rispondi citando

Raffaele Morandini ha scritto:
Avremo comunque modo di approfondire questo e altri argomenti a Torino in occasione dell'Assemblea annuale del Club.


Sarà proprio un piacere!
A sabato... Very Happy

_________________
"A 4000 metri si respira un'aria particolare"
Torna in cima
Profilo Messaggio privato HomePage MSN Messenger
Mostra prima i messaggi di:   
Questo forum è chiuso. Non puoi inserire, rispondere o modificare i Topics   Topic chiuso    Indice del forum -> Opinioni e dibattiti Tutti i fusi orari sono GMT + 1 ora
Pagina 1 di 1

 
Vai a:  
Non puoi inserire nuovi Topic in questo forum
Non puoi rispondere ai Topic in questo forum
Non puoi modificare i tuoi messaggi in questo forum
Non puoi cancellare i tuoi messaggi in questo forum
Non puoi votare nei sondaggi in questo forum
nNon puoi allegare files in questo forum
Puoi scaricare files da questo forum


Powered by MasterTopForum.com with phpBB © 2003 - 2004