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club4000 Site Admin

Registrato: 11/07/06 21:08 Messaggi: 27
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Inviato: Mer Ott 03, 2007 12:56 am Oggetto: Montagna sicura o addomesticata? |
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Il posizionamento, da parte delle guide svizzere, di una serie di corde fisse di calata dalla punta Dufour sul Silbersattel, ha contribuito ad avviare il dibattito all'interno del nostro Club. Da una parte c'é chi vi intravede una banalizzazione delle "terre alte" ad uso e consumo di una massa di alpinisti altrimenti non in grado di affrontare "by fair means" le difficoltà dell'alta quota, dall'altra chi è più propenso a trovare fondate giustificazioni ( pur con importanti distinguo) a questa scelta. Il confronto fra le varie opinioni si è finora svolto a livello di scambio di e-mail personali. Si è pertanto deciso di raccogliere i vari contributi e di renderli pubblici sul Forum per poter allargare il dibattito a tutti gli interessati.
vi scrivo riguardo alle corde fisse poste dalle guide svizzere sulla Punta
Dufour.
Ho salito la Dufour dalla normale svizzera il 29 luglio 2007. Si tratta di 6
o 7 corde fisse situate su un canalone laterale della Punta Dufour e che
facilitano la discesa sul Monterosa glatshcer a pochi metri dal Silbersattle.
Dalla croce di vetta della Dufour si prosegue in direzione est (verso
l'italia) per qualche decina di metri. Si aggira un gendarme roccioso sulla
sinistra (lato Nordend) e quindi si individua una sorta di imbuto nevoso che scende verso il basso. Si scende di pochi metri fino a trovare il primo
canapone.
Si seguono i canaponi (sono 6 o 7, non ricordo) fino alla fine del canale,
poi si scende per circa venti metri su un pendio nevoso abbastanza ripido ma facile fino alla spianata del Silbersattle.
Le corde sono continue e consentono una discesa molto rapida e sicura (io ho fatto sicurezza con un marchard). In questo modo si sale dal Sattle e si discende dal canale, evitando fastidiosi (e pericolosi) incroci lungo la
cresta. Le corde consentono di discendere in circa 30 minuti il canale per poi proseguire eventualmente verso la Nordend concatenando facilmente le due cime.
Utile il casco per proteggersi dalla caduta di ghiaccio mosso da altri alpinisti. Queste corde potrebbero essere usate anche per risalire. Il canale presenta dei passaggi di roccia sopratutto nella parte inferiore (III grado) e poi ghiaccio cui 45-50 gradi. A luglio era molto duro con zone di ghiaccio vivo molto liscio e compatto. Penso che risalire dalla Dufour per questa via sia poco interessante: si perde la magnifica cresta aerea della normale e si rischia di essere investiti durante la salita da scariche di ghiaccio.
Probabilmente può risultare utile risalire da questo canale nel caso si
voglia unire la salita alla dufour dopo aver salito la Nordend con gli sci.
In questo caso si può salire e scendere rapidamente sulla cima della Dufour per il canale. Altrimenti anche con gli sci si può percorrere la normale fino alla cima della Dufour, poi scendere al Silbersattle, lasciar egli sci e salire la Nordend. Unica nota: attenzione che quasi arrivati in cima alla Dufour ci sono dei passaggi di roccia un po' angusti il cui superamento con gli sci sulle spalle potrebbe risultare un po' laborioso.
Valerio Leoni
A questo proposito mi permetto di dare un modesto contributo. Recentemente mi è capitato tra le mani un libretto francese sulle salite nel Queyras, che comprende ovviamente il lato italiano. Vi ho trovato un interessante capitoletto sulla "cultura alpinistica italiana", dove, a parte le considerazioni su croci, Madonne e targhe varie, si parla anche del nostro concetto di sicurezza. L'autore avvisa i suoi connazionali che le protezioni in Italia sono molto più scarse che non in Francia (ma identiche dal 4c in su) e che molti Italiani non si legano neanche sul 3c, cosa che sconsiglia vivamente dal fare.
Anche i Francesi dunque, oltre a riempire tutte le località di "Via ferrata" sportive, mettono protezioni ovunque (persino sulla cresta finale del Pic de Rochebrune!).
Per fortuna o purtroppo questa è l'attuale tendenza dell'alpinismo, sempre più sport aperto a molti e sempre meno lotta con l'Alpe, con la sicurezza in primo piano. Il "per fortuna" lo dico pensando ai rischi che correvamo ai nostri tempi (anni '60, ahimé...), mentre il "purtroppo" deriva dal fatto che la presenza di protezione spinge molti a sottovalutare i rischi e confidare sulla sicurezza messa in atto da altri, invece che sulla propria preparazione fisica, psicologica e tecnica.
Sono fermamente convinto che, in alta montagna, l'alpinista debba essere in grado di affrontare la salita senza contare sulle protezioni esistenti, ma che abbia il dovere morale di utilizzarle per la propria incolumità.
Flavio Melindo
Ciao a tutti,
questo annoso tema, sul quale ho scritto più volte (vedasi nella rubrica "OPINIONI" del nostro sito l'intervento di a seguito di un mio scritto), e che ora si ripropone, dopo la segnalazione di , merita -come propone Flavio - di avviare una discussione (sempre su "OPINIONI"?), perchè rientra pienamente tra gli scopi fondanti del nostro Gruppo.
Io mi accorgo di essere al riguardo un "talebano", un fondamentalista che non accetta compromessi e che rifiuta "tout-court" tutto quanto inquina e "prende in giro" la montagna. Cervino e Dente del Gigante sono stati emblematici esempi negativi che purtroppo hanno fatto scuola.
Non mi stupisce sapere che questa ferratura sia attuata da guide e gestori di rifugi (ricordate i catarifrangenti segnalati da ?), che, con motivazioni di sicurezza, banalizzano sempre più la montagna e trasformano l'alpinismo in un'attività di pura ginnastica
L'anno scorso ho saputo che le guide di Zermatt pensavano di attrezzare anche la cresta di Zmutt; non ho potuto accertare se si trattava di una bufala o no: chiederò a Roberto Rossi, membro del club e Guida Alpina di Breuil-Cervinia.
Tornando al tema in oggetto, penso che di questo passo, tanto vale buttare nella spazzatura ogni principio guida, ogni ideologia, e dare libero sfogo a questo andazzo che farà rigirare nella tomba i "padri antichi" del nostro sport. Alé: facciamola finita con tante storie, portiamo funivie e monorotaie su tutte le nostre montagne, e poi ci sono sempre gli elicotteri
Luciano Ratto
Caro Luciano posso capire la tua perplessità però capisco la logica
degli svizzeri che ne sta alla base. Un infortunio in montagna è oltre che un grave evento privato, anche un grave evento civile e sociale (pensa ai costi di cure e riabilitazioni). Penso che quelle corde, nel caso specifico, servano a snellire notevolmente il traffico rendendo la discesa rapida e
sicura. Certo, potevano essere anche attrezzate delle calate ogni 20
metri. Con un minore impatto ambientale. Però ... tutto sommato così è
più rapido e sicuro. Giro molto in svizzera e ho parlato con diverse guide:
diversamente, mi sembra, rispetto agli italiani e ai francesi, sono proprio
le guide che atrezzano tutte le vie classiche. Molti mi hanno detto che
lo fanno per la sicurezza loro e dei clienti. Perchè mi hanno detto: io
lo faccio per vivere: se il cliente scivola e si fa male, io ho finito
di lavorare. Questo aumenta il traffico e il numero di alpinisti poco
esperti? Secondo me, personalmente, no. Penso a me stesso (mi
considero un alpinista discreto): prima di fare una qualsiasi cima ci
penso e ci ripenso. Mi informo, leggo, guardo. Mi porto in genere
molto più materiale alpinistico di quello che serve (non si sa
mai...) per poi scoprire che la salita (indipendentemente
dall'attrezzamento) è più facile di quello che pensassi. D'altra parte capisco bene le critiche di chi non vede di buon occhio questi canaponi.
Sempre in svizzera (contrariamente, di nuovo, a quello che ho osservato
in italia) i gestori dei rifugi lavorano attivamente per rendere la via
di accesso al loro rifugio comoda, confortevole e sicura. Incrementando
il numero di gitanti in visita fino solo al rifugio, con, definitivamente dei costi di gestione inferiori ai nostri (vedi tariffari). E sulle vie normali di molte montagne so che i gestori stessi hanno piazzato soste, chiodi e corde. Me lo hanno detto loro. Altra osservazione proveneiente dalla mia modesta esperienza: perchè nei rifugi svizzeri di alta quota è quasi sempre presente una fontana di acqua "libera" mentre nei rifugi italiani non lo è quasi mai? Perchè la colazione offerta al mattino dagli svizzeri è più nutriente di quella offerta dagli italiani (mi riferisco ai rifugi d'alta
quota delle alpi occidentali). Perchè in italia ci ostiniamo ad avere
toilette con lo scarico d'acqua (quasi mai funzionante) mentre gli
svizzeri hanno adottato da anni le latrine? Una volta il trattamento di mezza pensione nei rifugi svizzeri era più caro. adesso, conti alla mano e con il cambio, è più conveniente.
Valerio Leoni
Corde fisse sulla Dufur :
Ne avevamo già parlato l'estate scorsa (o forse quella prima
2005), nel merito di un quesito posto da un socio. Le corde sono state posizionate dalle Guide di Zermatt nel 2004 per permettere un facile passaggio sia in salita che in discesa tra la Silbersattel e la vetta Dufour. In linea di massima il ragionamento è quello di salire per la normale e poi scendere più agevolmente e velocemente. Attrezzare calate di 20 mt. non soddisfa l'esigenza, in quanto per poterle utilizzare bisogna averne le necessarie competenze, con tempi di percorrenza e rischi superiori. Sicuramente non sono state messe per dare la possibilità agli alpinisti di concatenare facilmente due cime..
Tra le altre cose il concatenamento in quel modo personalmente l'ho
fatto più di una volta, passando in un canale posto più a ovest, in pratica
dalla cima Dufour scendendo dapprima per un po' lungo la via normale
svizzera e poi lungo il versante nord arrivando poco più basso del Silbersattel, trovando anche tracce di passaggio, (cordini o chiodi).
Si potrebbe pensare anche ad un'altra ipotesi, ma improbabile
se non impossibile, la Silbersattle (in realtà poco sotto) è una delle 52
piazzole in Svizzera autorizzate per il deposito di elisciatori,
per cui teoricamente con questo sistema si potrebbe raggiungere in
primavera la vetta della Dufuor in un poco più ora, ma sinceramente posso dire che nella mia esperienza di accompagnatore di eliski, ho visto che alla clientela tipica non interessa assolutamente di raggiungere
nessuna cima fosse anche ad un minuto di marcia, per cui vedo inverosimile la salita e la discesa per le corde fisse con scarponi da sci ai piedi..
Il ragionamento di evitare infortuni che gravano sui costi sociali, mi
pare molto poco sostenibile e se posso dire la mia anche controproducente. Faccio un esempio di due settimane fa: Spigolo Fornelli alla Parete dei Militi in Valle Stretta, via di roccia classica di medio-bassa
difficoltà, IV con un tratto di V+ su 200 m. scarsi, dopodichè ancora altri
100 m. di II° oppure una traversata per cenge facili ma esposte porta a
raggiungere la via di discesa alpinistica della parete. Un paio di anni fà
abbiamo attrezzato in maniera moderna (spit) i primi 180 m. in sostanza
le difficoltà; da cui poi si può scendere in corda doppia oppure continuare
ma senza più la via attrezzata. Bene una cordata non preparata ha
ripetuto la via, finiti gli spit non sapendo più cosa fare, ne per salire
(II°grado) ne per scendere (traversata per cenge) ha chiamato soccorso e sono stati vericellati via con l'elicottero (a piedi abbiamo recuperato un
amico che nel frattempo cercava di raggiungerli salendo lungo la via di
discesa della parete). Sono sicuro al 100% che senza gli spit la cordata
non avrebbe mai ne provato ne tanto meno pensato di fare quella
salita. Che siano le Guide ad attrezzare le vie classiche o anche meno
classiche, mi sembra abbastanza normale, è sempre stato così, pensiamo agli anelli cementati infissi alle soste sulle vie dolomitiche già dai primi
del 1900. Che le guide dicano che lo si fa per aumentare la sicurezza
propria e dei clienti mi pare sensato, ma non se ne deve assolutamente abusare, se invece mi sento dire da una guida :" io lo faccio per vivere: se il cliente scivola e si fa male, io ho finito di lavorare" mi sembra invece una stupidaggine, perchè la "sicurezza" (ovviamente sempre relativa) del cliente è data dall'esperienza e dalle capacità della guida e non dalle corde fisse.
Cambia la faccenda se invece dico voglio accompagnare fino in
vetta, anche se il potenziale cliente non ne ha minimamente le capacità..
oppure voglio accompagnare più persone di quelle che riuscirei senza corde fisse...
Rispondere alla domanda secca: "le corde fisse in montagna
ci devono o non ci devono essere ? " rimane sempre una questione e
soprattutto un punto di vista personale la verità non credo che esista.
Personalmente direi: " togliamo le corde ma lasciamo anzi
miglioriamo i punti di sosta o le calate, per facilitare la vita agli alpinisti
e alle guide" (quelle che ancora vedono nel lavoro una concezione
sognatrice dell'alpinismo e non mero introito). Ma se così fosse alcune cime importanti, che in qualche modo portano commercio sul territorio, diventerebbero accessibili solo a qualcuno e solo quando le condizioni della montagna sono perfette, esempi banali e classici il Cervino, il Dente del Gigante, l'Eiger..Ovviamente questo ragionamento diventa in qualche modo egoistico, in quanto queste vette diventerebbero esclusive di pochi. Le guide da una parte ne potrebbero trarre vantaggio in quanto sarebbero più richieste, ma dall'altra avrebbero anche meno potenziali clienti con il livello necessario, e soprattutto diminuirebbe il periodo di buone condizione, senza contare l'impegno richiesto che sarebbe enormemente maggiore, quindi a conti fatti dal punto di vista commerciale le corde fisse quasi sicuramente servono. (d'altronde se ci sono qualcuno prima di noi ci avrà ben ragionato sopra. )
Un riflessione del tipo, dove già ci sono va bene e dove non ci sono non si possono mettere, invece mi pare poco sensato, in quanto se ci sono da una parte perché impedire agli altri di metterle ?
Parlando di rifugi invece il discorso è molto più complicato, in quanto in Svizzera il sistema di gestione è profondamente diverso dal nostro, sono inseriti tutti, anche quello più lontano e sperduto nell'indotto turistico che da mangiare (e anche abbondante...) alla quasi totalità dei residenti nelle vallate alpine che ben conosciamo. Ma non solo i rifugi, lo sono allo stesso modo gli alpeggi, i balconi fioriti, i prati tagliati, gli alberghi sempre aperti, gli impianti di risalita sempre funzionanti, le strade in perfetto ordine...... questo fa si che i gestori e i rifugi stessi siano operatori turistici a tutti gli effetti con legislazioni apposite, nonchè contributi comunitari e via dicendo, insomma in svizzera il montanaro è un lavoro nobile altamente riconosciuto dalla società e sopratutto è un lavoro al passo con i tempi, il pastore con le mucche in alpeggio è un " bergè " del 2007 con tutte le comodità i servizi e le possibilità del concittadino che lavora nell'ufficio postale, non vive certo di fatiche e stenti come faceva suo bisnonno..... mi fermo qua altrimenti si aprirebbe un discorso fuorviante.
In sostanza il rifugista è certo che alla fine della stagione ha i suoi ricavi, ma giustamente dall'altra parte ha anche una bella serie doveri. In Italia invece la cosa è completamente diversa in quanto il rifugista è considerato un normalissimo commerciante, assogettato a tutti quelli che sono i regimi contributivi, fiscali.. ecc.ecc dell'albergatore, per cui succede che in alcuni rifugi posti in luoghi strategici va sempre bene, in quanto la montagna è li, per cui se l'accesso è comodo o scomodo, che si mangi bene o male, che ci sia o no l'acqua libera non ha importanza tanto il cliente arriva lo stesso. Altra cosa sono invece i rifugi posti in luoghi meno famosi dove il cliente insoddisfatto è una perdita. In pratica l'andazzo del rifugio e strettamente legato al suo conduttore, trattamento, sentiero di accesso, acqua libera, itinerari attrezzati, colazione più o meno nutriente.....ec.ecc mentre in Svizzera è tutto molto più standarizzato. Sono più di 25 anni che giro nei rifugi di montagna e quello che posso dire è che in Svizzera non ho dubbi su quello che troverò, quindi: buona accoglienza, rifugio ordinato e pulito, pasto abbondante ma di scarsa qualità con pochissimo pane, vino solo in bottiglia di classe medio/bassa a costi esorbitanti, regole ferree sugli orari e prenotazioni....ecc. ecc. in Italia invece è sempre una sorpresa, ma posso assicurare che sovente, sopratutto in luoghi meno illustri è molto meglio che lo standard svizzero.... sui costi delle mezze pensioni valgono le stesse considerazioni sopra espresse, lo standard da una parte la sorpresa dall'altra.
Pier Mattiel
Ben venga il dibattito sul tema corde fisse e rifugi che si è recentemente sviluppato nell'ambito del Club 4000.
Personalmente mi stavo progressivamente chiudendo su posizioni, come dire, di ripiegamento. In altre parole, considerando come ormai perdute le zone alpine ad alta densità di impianti e di frequentazione, in questi ultimi anni mi sono progressivamente limitato alle vette dimenticate, quelle che, soprattutto per motivi di scomodità di accesso, vedono pochi o pochissimi frequentatori. Un po' come quegli animali che all'avanzare dell'antropizzazione della montagna, si ritirano in zone sempre più ristrette, aspre e fuori mano. Riconosco che questa è una posizione un po' egoistica e soprattutto rinunciataria, che ti porta, inevitabilmente, a disinteressarti al destino generale delle nostre Alpi.
Prima di entrare nel discorso specifico, permettetemi solo qualche premessa generale. Sappiamo tutti che l'antropizzazione (o, per essere più schietti, la rovina) dell'alta montagna è guidata soprattutto dal fattore soldi. Accanto a questo si è progressivamente imposto un altro fattore, quello che potremmo definire l'ossessione della sicurezza totale. Qui però bisogna essere molto chiari per evitare fraintendimenti. L'impedire che il comportamento irresponsabile di qualcuno possa arrecare danno ad altri è un qualcosa di sacrosanto. In questo senso la sicurezza dell'individuo va tutelata senza mezze misure, andando fino in fondo nel punire i comportamenti colpevoli. Diverso secondo me è il discorso della pratica di attività varie, soprattutto sportive, che possono comportare rischi per chi ha scelto liberamente di praticarle. In questo caso la marcia alla ricerca della sicurezza assoluta è una marcia senza fine, in quanto il rischio non potrà mai essere eliminato dalle nostre vite, ma soprattutto è una marcia che può portare a degli esiti assurdi. Si arriverebbe infatti alla eliminazione delle suddette attività, dall'alpinismo, all'esplorazione, a certi tipi di viaggi, a tantissime altre cose. Secondo questa mentalità Livingstone non sarebbe mai dovuto partire per l'esplorazione dell'Africa, per non parlare poi di quell'incosciente di Cristoforo Colombo, che andò a sfidare l'oceano quando non era ancora possibile neppure un collegamento radio! Questa mentalità ha ormai impregnato tutto intorno a noi, la possiamo constatare ogni momento. Senza andare lontano, basti pensare alla proposta (sembra incredibile, ma avanzata in tutta serietà anni fa sulla Rivista del CAI) di dotare i sentieri più importanti di colonnine telefoniche a intervalli regolari, per eventuali SOS. Ebbene, secondo me, questo tipo di sicurezza non è affatto un valore assoluto, ma soltanto un valore relativo e anche questionabile, venuto fuori tra noi occidentali nel corso del tardo ventesimo secolo. Nell'Ottocento la mentalità era ben diversa, e proprio da quella mentalità sono nate le più belle e nobili attività sportive ed esplorative, quelle che hanno plasmato il mondo moderno. Del resto è anche noto che i giapponesi, in un recente passato, rimanevano stupiti di fronte alla paura smisurata e quasi infantile degli occidentali per la morte e il dolore fisico.
Non c'è dunque nessun valore sacro o intangibile, secondo me, nella nostra odierna smania della sicurezza ad ogni costo. E' quindi chiaro che per quanto riguarda la sicurezza sulle vie dell'alta montagna non dobbiamo sentirci legati a nessun tabù o imperativo morale, ma, al contrario, dobbiamo ritenerci liberi di regolarci secondo le idee della maggioranza di coloro che frequentano quelle vie. Va poi anche detto che sicurezza e soldi non di rado si mascherano ipocritamente l'uno sull'altro, come giustamente è stato fatto notare in alcuni recenti messaggi su questo argomento inviati dagli amici del Club 4000.
Posto dunque che i soldi innanzitutto e poi anche quella che abbiamo definito l'ossessione della sicurezza totale sono i potenti motori che spingono verso una sempre più grave alterazione dell'alta montagna, non rimane che porci la fatidica domanda: cosa possono fare gli appassionati dell'alta montagna per contrastare tutto questo? Considerando che i due fattori suddetti condizionano ormai la maggior parte delle attività umane, la risposta è abbastanza scontata: non possono fare molto, ma ciò non toglie che sicuramente qualcosa possono fare.
Vediamo dunque in sintesi quali sono le possibili vie di intervento da parte nostra, anche per non correre il rischio che i nostri dibattiti si avvitino sempre su se stessi e al nostro interno, senza minimamente incidere su quanto sta al di fuori di noi.
C'è un primo ordine di problemi che necessariamente devono essere affrontati su un piano nazionale. Per esempio, l'uso dell'elicottero a scopi turistico-sciistici: sarebbe del tutto inutile che una regione, isolatamente, lo limitasse o lo vietasse sul suo territorio, in quanto il tutto si riverserebbe sul territorio della regione vicina. In casi come questo si deve cercare di operare su chi fa le leggi nazionali. Ebbene, sappiamo tutti che nel nostro Parlamento esiste un gruppo di 'Amici della montagna'. A questo punto spetterebbe secondo me alla Presidenza Generale del CAI, con tutto il peso del suo numero di soci e della sua storia, contattare in modo continuativo e propositivo questi signori, richiedendo non tanto una abolizione totale (con le proposte di abolizione totale non penso che faremmo molta strada) quanto piuttosto una severa limitazione dell'eliski, con indicazione dei punti di atterraggio permessi, come avviene in certa misura in Svizzera.
Per quanto riguarda invece i problemi del tipo delle corde fisse o delle vie ferrate, essendo questi più legati alle specifiche realtà locali, addirittura ai singoli gruppi alpini, potrebbe essere più opportuno che il CAI agisse a livello locale, di sezione o gruppi di sezioni, o gruppi regionali. Qui dovrebbe esserci un contatto serio, continuativo e pressante con gli assessorati regionali interessati (non dimentichiamo che è la Regione che gestisce in primo luogo il territorio). Per quanto riguarda le corde fisse, coinvolgendo anche le associazioni delle Guide alpine (che sono fortemente interessate a questo), si dovrebbe arrivare a individuare un ristretto numero di montagne, quelle più frequentate, sulle quali si potrebbe tollerare la presenza di corde fisse, allo scopo di rendere più scorrevole e più sicuro il 'traffico', soprattutto in discesa, e tutto dovrebbe finire lì, senza nessun'altra iniziativa personale e incontrollata. Lo stesso per le vie ferrate: ne può bastare una, in certi gruppi alpini, per esempio alla vetta più conosciuta, e basta. Non si dovrebbe permettere di aggiungerne altre, come per esempio è avvenuto nel gruppo di Brenta. E poi i rifugi, parlando naturalmente dei rifugi di alta montagna. Qui, di nuovo, spetterebbe al CAI, all'atto della assegnazione della custodia di un rifugio, specificare ben chiaramente che può essere lecito, in certi casi, facilitare l'accesso al rifugio medesimo, ma che non è permesso, nella maniera più assoluta, da parte del custode, alterare le vie che stanno al di sopra del suo rifugio e che portano alle vette circostanti. Domanda: queste cose vengono dette e fatte sottoscrivere ai futuri custodi di rifugio?
Naturalmente a questo punto salta fuori l'eterno problema del controllo e della segnalazione delle eventuali inosservanze. Lo sanno anche i bambini che non serve a nulla emanare norme, se poi non si hanno i mezzi e gli uomini per farle osservare. Ebbene, io penso che una parte importante in questo potrebbero averla gli stessi frequentatori della montagna. Ogni volta che ognuno di noi osserva qualcosa che non va o una qualche violazione, dovrebbe mettersi alla tastiera e inviare una precisa segnalazione all'autorità (assessorato ecc) o, in caso di mancato riscontro, ai mezzi di informazione, a iniziare, naturalmente, dalle riviste del nostro Club alpino. Onestamente, anche sulla base di quanto mi è capitato di fare in varie occasioni nel passato, penso che nessuno possa dire che questa è una grande fatica. A questo proposito non si può non citare il nostro amico Luciano. Se anche solo una parte dei soci del CAI o di Mountain Wilderness imitasse il suo esempio, si potrebbe acquisire una notevolissima forza d'urto. Pensate a un qualche centinaio di Luciani Ratti che martellano senza tregua il malcapitato oppure i giornali con mail o fax: probabilmente anche l'autorità più ottusa e insensibile dovrebbe alla fine alzare bandiera bianca e cedere alle giuste rimostranze di quelli che vogliono bene alla montagna.
Roberto Aruga |
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Inviato: Mer Ott 03, 2007 12:56 am Oggetto: Adv |
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valerio leoni
Registrato: 21/12/07 19:05 Messaggi: 21
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Inviato: Ven Ago 01, 2008 12:24 pm Oggetto: |
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rileggo questi vecchi post.
Onestamente come pendolare su Milano che si allena come può e quando può preferisco l'aurea mediocritas svizzera alle sorprese, spesso spiacevoli italiote.
Quanto al dimenticare i costi sociali di un infortunio in montagna...
Siamo d'altra parte il paese con il più alto tasso di SUV e veicoli ad alta emissione di CO2 d'europa. Il gasolio si paga individualmente, mentre l'aria per i polmoni è pubblica, e quindi apparentemente di nessuno. Infatti la lombardia è la zona a più alta incidenza di carcinoma polmonare e malattie alle vie respiratiore d'Europa.
In paesi più civili il bene pubblico è considerato prioritario rispetto agli interessi individuali. Da noi evidentemente (come confermato da recenti evoluzioni della vita pubblica) no.
Infine ritengo che la mancanza di una adeguata fornitura idrica, come trovato nei rifugi italiani di alta quota e MAI nei rifugi svizzeri sia disdicevole.
La qualità del cibo è un problema relativo: non vado certo in montagna per mangiare bene. Mangio a casa mia meglio che in qualunque ristorante.
Vorrei invece trovare cibo di qualità meno scadente.
Di nuovo tra la Monterosa Hutte e gnifetti-Margherita e Sella al Felick preferisco la monterosaHutte. Pulita, ordinata e mangiare decoroso, abbondante. Riposo notturno assicurato, letti confortevoli, piumini e non copertacce polverose. Costi inferiori
Saluti
Ultima modifica di valerio leoni il Lun Ago 04, 2008 1:39 pm, modificato 1 volta in totale |
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m.tatto

Registrato: 12/07/06 19:02 Messaggi: 101
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Inviato: Dom Ago 03, 2008 5:54 pm Oggetto: |
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| Citazione: |
La qualità del cibo è un problema relativo: non vado certo in montagna per mangiare bene. Mangio a casa mia meglio che in qualuncuq ristorante.
Vorrei invece trovare cibo di qualità meno scadente.
Di nuovo tra la MonterosaHutte e gnifetti-Margherita e Sella al Felick preferisco la monterosaHutte. Pultia, ordinata e mangare decoroso, abbondante.
Costi inferiori
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Ciao Valerio, condivido le tue opinioni e mi proclamo anch'io estimatore della mediocritas svizzera in contrapposizione all'inventiva (leggi arte dell'arraggiarsi) italica. Riguardo ai rifugi (e mi riferisco a quelli in quota, non a quelli "a portata di SUV"), o meglio ai gestori dei suddetti, mi piacerebbe si aprisse un dibattito specifico. Ce ne sarebbero di cose da dire... Saluti.
Marco |
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valerio leoni
Registrato: 21/12/07 19:05 Messaggi: 21
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Inviato: Lun Ago 04, 2008 1:37 pm Oggetto: |
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Caro Marco
come ho scritto frequento la montagna con passione, ma quando posso e riesco.
A volte nel weekend sono così stanco che mi manca la voglia. eppure magari ci vado lo stesso. ordunque un letto decente, un pasto non buono ma mangiabile, una colazione decente sono essenziali per poter tentare le scalate. Altrimenti tutto diventa impossibile, e pericoloso.
Credo che come club dovremmo insistere affinchè ci sia dell'acqua nei rifugi. In svizzera la si trova sempre, in italia MAI.
Sinceramente sono abbastanza stanco dell'arte di arrangiarsi. Ormai vado quasi solo in svizzera. conti alla mano costa meno e mi diverto di più.
Certo, ho pressochè escluso il Bianco dalla mia zona di azione, pazienza.
E' abbastanza triste constatare come sopratutto nei rifugi più frequentati il livello di competenza dei rifugisti è pressochè inesistente. triste, ed anche pericoloso |
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Flavio Melindo

Età: 69 Registrato: 20/07/06 10:34 Messaggi: 37
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Inviato: Dom Set 28, 2008 10:54 pm Oggetto: |
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Credo che come club dovremmo insistere affinchè ci sia dell'acqua nei rifugi. In svizzera la si trova sempre, in italia MAI.
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Mah, sul sempre e sul mai avrei qualche dubbio. Negli scorsi anni ho percorso con vecchi amici (a livello escursionistico) tutte le Alpi, dal col di Tenda alla M. Canin, toccando una quantità di rifugi italiani, francesi, svizzeri e austriaci.
I trattamenti migliori li abbiamo avuti in rifugi italiani, i peggiori in Svizzera. Quanto all'acqua, basti dire che alla Cab. du Col de Mille (CH, Liddes) nuova da inaugurare, a q. 2473 in mezzo ai pascoli, mancava qualunque impianto idrico, e l'unica "toilette" (eufemismo) era costituita da un WC chimico, che non descrivo per decenza.
Anche in Svizzera non tutto è perfetto, anche in Italia non è tutto da buttare!
Flavio |
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